Rafforzare la resilienza nei territori: prevenzione dell’esodo rurale promuovendo sicurezza alimentare, generazione di impiego e reddito, e comunicazione innovativa in Mali

Descrizione della situazione e dei problemi del paese e della località

Il Mali è uno dei paesi più poveri del Pianeta, collocandosi tra gli ultimi dieci paesi nel ranking dell’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite. La mortalità infantile è tra le più alte al mondo (sopra il 120‰), la speranza di vita non supera i 50 anni, l’accesso all’acqua potabile è assicurato solo al 65% degli abitanti, la prevalenza di AIDS è elevata (l’1,7% della popolazione è sieropositivo), il tasso di alfabetizzazione si colloca tra il 25 e il 40%, per le donne 15-20%. La sua economia si basa fondamentalmente sull’agricoltura (il settore agricolo contribuisce al PIL per il 36%) e sull’estrazione mineraria (oro, spesso a livello artigianale). Più del 40% della popolazione ha tra 0 e 14 anni e più del 20% appartiene alla fascia d’età tra i 15 e i 29 anni. Il Mali, la scarsa qualità di vita e per la presenza di una ampia popolazione giovanile è paese di passaggio della rotta migratoria sia quella che dal Senegal verso Tambacounda, Kayes, Mopti e poi Tombouctou segue la rotta sahariana verso la Libia, sia quella che dal Golfo di Guinea entra in Mali da Sikasso, prosegue per Mopti e poi per il Niger e da lì verso il Mediterraneo. Quest’ultima utilizzata da senegalesi, gambiani, e in generale da molti giovani dell’Africa occidentale.

Dal 2012 si è acutizzata una storica tensione con la popolazione Tuareg (di lingua tamasheq) che si è saldata con vari gruppi islamici radicali (salafiti, provenienti dal FIS algerino, legati variamente a Al Qaeda e Daesh), generando un conflitto armato nelle regioni del Nord, che ha avuto come effetti anche un colpo di stato militare a cui ha fatto seguito l’intervento militare francese seguito dall’insediamento di una forza militare multinazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite (MINUSMA). A tutt’oggi, e nonostante la firma degli accordi di pace a giugno 2015, i conflitti tra gruppi armati e gli attentati continuano a minare la sicurezza delle persone e delle comunità.

La guerra ha significato quindi una profonda crisi militare, istituzionale, umanitaria. Ha provocato infatti lo spostamento di centinaia di migliaia di persone dalle aree coinvolte dal conflitto verso il sud e verso i paesi limitrofi (Burkina, Niger e Mauritania). A settembre 2015 (fonte: UNHCR) 61.920 persone erano sfollati o rifugiati interni e 136.724 coloro che erano nei campi rifugiati nei paesi limitrofi.

A complicare la situazione del paese vi sono fattori legati alle limitazioni bioclimatiche e culturali amplificate dagli impatti del cambiamento climatico; la rete viaria e l’infrastruttura fragile; l’applicazione per decenni di politiche di apertura commerciale che hanno disincentivato le produzioni locali; l’assenza quindi di un tessuto industriale; l’assenza di sbocchi al mare che rende dipendente il Paese a rifornimenti provenienti da porti in Senegal o nel Golfo di Guinea. Tutto questo implica che la sicurezza alimentare nazionale non è assicurata: secondo i dati dell’Equipe Humanitaire Pays OCHA (novembre 2015), 2.250.000 persone si trovano in situazione di malnutrizione moderata e 315.000 in situazione di malnutrizione acuta, su un totale di 17.800.000 abitanti. Secondo l’inchiesta nutrizionale SMART 2015, circa 769.000 persone (709.000bambini da 6 a 59 mesi e 60.0000 donne incinte e allattanti) possono aver sofferto di malnutrizione nell’arco del 2016.I territori percorsi dal corridoio migratorio, sommano a questi fattori penalizzanti anche l’effetto ‘calamita’ del miraggio migratorio sui giovani locali, svuotando le campagne dalla mano d’opera naturale delle famiglie contadine: le nuove generazioni. La mancanza di braccia è quindi una delle concause della crisi dell’agricoltura contadina, come da anni denunciano le organizzazioni quali la CNOP (Coordination Nationale des Organisations Paysannes du Mali). Il tasso netto di emigrazione si calcola in -5,7‰ nel periodo 1995-2000 e 2,4‰ nel periodo 2000-2005 (Division de la population des Nations Unies, 2008). Si calcola che più di un milione e mezzo di maliani vivono all’estero.

L’intervento si realizzerà oltre che nella capitale Bamako (per le attività di coordinamento e di produzione dei messaggi informativi anche con tecnologie digitali), in tre diverse zone del Paese:

  1. il cercle (provincia) di Sikasso, nell’omonima regione che si colloca nel sud del Mali; si tratta della zona con un maggiore livello di piovosità rispetto alle altre del Paese, e quindi con alcune condizioni favorevoli all’agricoltura. Tuttavia è zona di migrazione e inoltre ‘corridoio di passaggio’ di migranti provenienti da tutto il Golfo di Guinea; la regione ha un’alta proporzione di poveri (65,8 %) superiore al media nazionale. Quasi il 30 % della popolazione economicamente attiva è sottoccupata. Nella regione sono rilevanti gli effetti negativi della bassa organizzazione dei produttori, del deterioramento delle ragioni di scambio, delle produzioni agrozootecniche.
  2. il cercle di Koulikoro (nell’omonima regione), all’interno del quale si trova la capitale Bamako, è una delle zone di maggiore migrazione del Paese. I flussi migratori interni convergono su Bamako: nel 2004 il 33 % della popolazione della capitale era composto da migranti. Il 15 % della popolazione della regione è a rischio di insicurezza alimentare, in particolare nella fascia Saheliana.
  3. il cercle di Bandiagara (regione Mopti) si trova nel centro del Paese, prossima alle regioni del nord investite dalla guerra a partire dal 2012. Il cercle soffre scarsità cronica nell’accesso all’acqua potabile e per l’irrigazione (soglia media di profondità delle falde acquifere non soggette a sparizione a 45 metri per Bandiagara, con picchi di 80 e 120 metri di perforazione). I raccolti rischiano di essere peggiori di anno in anno ma possono essere migliorati con interventi ad hoc che supportano i raccolti e la sicurezza alimentare delle famiglie. Le pratiche agricole di produzione sfruttano la terra in maniera intensiva (un solo mese di riposo all’anno, assenza di rotazione, uso di concimi chimici) che provocano un impoverimento della capacità produttiva. Solo il 10% della terra del paese Dogon (cercles di Bandiagara e Koro) è produttiva, le condizioni climatiche generano una perdita annua dal 15% al 25% di terra coltivabile.

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