Incontri lungo la rotta balcanica

Un racconto collettivo di Andrea Cortesi, Antonio Cerqua, Marion Lucas Mallet, Tamara Cvetković

     

Mother Anela a Bihać e lo squat della KrajinaMetal

‘Mother Anela’ di Bihać aiuta da 4 anni le persone in movimento per conto suo. Porta cibo, vestiti e sigarette a chi ne ha bisogno. Incontra i giovani negli squat. Ci va la sera da sola senza problemi, anche se si preoccupano tutti per lei. “È pericoloso venire da sola di notte”!

Passa del tempo con loro, ci parla, trova il modo di risolvere i loro problemi… Trova un dentista che accetta di curare Moustapha, trova delle scarpe, un spazzolino o un telefono. Per questi gesti di solidarietà, che per lei sono naturali e ovvi, subisce quasi quotidianamente le minacce dei propri vicini di casa e dei suoi concittadini.

Mustapha e i suoi amici allo squat della KrajinaMetal, una fabbrica dismessa o ‘the factory that is producing migrants’, scherza lui. Circa 300 persone, molto giovani, provenienti dall’Afghanistan e, qualcuno, dal Pakistan vivono qui. Mustapha ha 26 anni e da 3 anni vive qui dentro. Esce solo quando è necessario e non ricorda quante volte ha fatto il game dal suo arrivo. Quest’anno 12 volte, crede. …E ce ne saranno altre.

Ci accoglie con il sorriso e lo seguiamo verso il suo capannone abbandonato. Nel frattempo, tanti giovani ci salutano al nostro passaggio. Arriviamo in questo spazio enorme dove dormono forse 50/60 persone, difficile dirlo al buio. Hanno cucinato per noi e sono andati a prendere bevande fresche. Anela li aveva avvertiti del nostro arrivo. Parlano e scherzano, hanno tanta voglia di umanità, contatto, di parlare con qualcuno. Di essere qualcuno.

Le lucciole volano vicino a noi intanto che Mustapha ci racconta che a Kabul, ha 7 sorelle e un fratello. Lui è partito circa 5 anni fa da solo, scappando dai talebani e dalle autobombe. Quando Marion gli risponde che è francese dice con tanto entusiasmo “oh, we are going in your country!” e a noi che veniamo dall’Italia “oh we are going to your country too!”.

Ceniamo con loro passando da una risata all’altra, anche se Mustapha ci racconta come partono per i game, a volte quasi senza niente. Ci racconta come hanno dovuto fermarsi, disidratati, dopo aver caminato una notte intera nei boschi. Ci racconta quando sono andati a cercare un amico che pensava di non farcela. Ci racconta come tornano dai game, respinti dalla polizia, con ancora meno cose di prima. E noi sentiamo queste storie mangiando il cibo buonissimo cucinato apposta per noi. Lui racconta col sorriso, scherzando con i suoi amici come se fossero piccolezze della quotidianità. Sono “rich in heart”, come dice.

E loro ci salutano dicendo ‘andrà tutto bene’.

Zehida e la famiglia afgana a Velika Kladuša

Incontriamo una famiglia afgana con 3 bambini. La più piccola ha 11 mesi, il fratello ne ha 3/4 e la più grande 7/8 anni. Li incontriamo per caso nei boschi, vicino a Velika Kladuša. Sono provati dal game, respinti dalla polizia croata al confine…

La mamma piange, i bambini grandi mangiano un gelato e giocano tra di loro, isolandosi dal contesto come solo i bambini sanno fare. Il padre è l’unico a parlare un po’ inglese e ci racconta che alla guardia di frontiera, ha implorato “my baby is sick” ma gli hanno risposto “No, she is still alive so she is good!”. Trattiene a malapena le lacrime. Aniah la piccola è stata cambiata, idratata e si è ripresa.

Mancano ancora 30 chilometri con 35° gradi prima di arrivare al loro rifugio. Vorremmo tutti portarli in macchina fin là, però è troppo pericoloso. Ce lo dice anche Zehida: non possiamo assolutamente assumere questo rischio. La polizia non ce lo permette.

Zehida è la più attiva a Velika Kladuša. Accorre in 5 minuti quando Tamara la chiama per portare aiuto alla famiglia afgana. Apre il baule dell’auto e ne estrae biberon, sali minerali, giocattoli, pannolini, vestiti, un paio di borsette per i bambini e un bambolotto. E’ stata minacciata dai suoi concittadini, tormentata, umiliata, seguita, aggredita perché considerata ‘the terrorist mother’.

Sembra essere il prezzo da pagare per voler il bene di tutti senza distinzione. Ha chiesto protezione alla polizia, alle autorità locali senza ottenere nulla. Ha deciso di chiedere supporto al di là delle frontiere della Bosnia Erzegovina. Da qualche anno, un’ONG internazionale la protegge come attivista per i diritti umani in pericolo di vita. Ha una consulenza legale permanente e grazie a questa ONG, ha telecamere attorno al perimetro di casa sua e nell’auto per registrare chiunque abbia cattive intenzioni nei suoi confronti.

Zehida ci spiega che come lei, altre persone vorrebbero aiutare ma la paura li frena. Piange al pensiero che il prossimo anno ci saranno nuovamente le elezioni amministrative in Bosnia e il clima tornerà a peggiorare per lei, per i migranti e per chi cerca di portare loro qualche piccolo aiuto.

Senad e il bar alla stazione di Tuzla

Se andate nel bar vicino alla stazione di Tuzla, troverete Senad. Starà probabilmente parlando con qualche giovane migrante della zona. Parcheggiamo vicino alla stazione e raggiungiamo Senad al bar, dove ci sta già aspettando. Con un grande senso dell’umorismo, ci racconta di aver lavorato 14 anni per lo stesso giornale ed essere stato licenziato per essersi impegnato ad aiutare i giovani e per aver provocato il sindaco che non li sosteneva.

Senad provoca e ride. Nel mezzo dei racconti, arriva un ragazzo e chiede qualcosa o semplicemente saluta. Viene dalla Somalia, dall’Algeria, dal Marocco…

Questo bar è l’unico che accetta di servire da mangiare e da bere ai giovani migranti. Ogni giorno, Senad si siede lì, beve un caffè, accende una sigaretta e passa del tempo con loro, gli chiede se hanno bisogno di qualcosa, li sostiene. Come per Anela o Zehida, aiutare è una battaglia infinita contro l’opinione della maggioranza, ma Senad è deciso e continua dedicando loro tempo ed energia. A volte a scapito della sua salute.

Mehdi è arrivato in Bosnia Erzegovina un anno e mezzo fa. Ha 25 anni e viene dall’Algeria. Dopo un diploma professionale, ha lottato per anni cercando lavoro nel suo paese, vivendo con uno stipendio miserabile. Se n’è andato sperando di trovare, da qualche altra parte, migliori condizioni di vita e un lavoro dignitoso. Con il sorriso, con un tono di voce molto calmo, ci racconta…

Quanto è stato difficile vivere senza niente e quanto era terribile avere finalmente qualcosa e non trovare nessun posto che accettasse i soldi in cambio di una doccia, di cibo, di una notte in un posto sicuro…

Ci racconta la volta in cui l’hanno messo due giorni in carcere in Grecia, da solo, senza dirgli quando sarebbe stato liberato o se lo sarebbe stato. Ci dice ridendo che quella volta, ha anche pianto, come se stesse svelando una debolezza.

Ci parla dei fiumi che ha attraversato, della difficoltà del game in Croazia quando vengono a mancare i viveri. Quando commentiamo « it’s such a complicated situation », risponde « yes, but I’m alive! ».

La storia è lunga, il viaggio è lungo, i game sono stati una trentina. Ha visto molte città in Bosnia, ma quella dove si trova meglio è Tuzla. Come altri, arrivare in un paese della UE gli sembra per adesso impossibile. Ci ha provato tante volte ed è stanco. Ha finalmente fatto la richiesta di asilo e segue lezioni di bosniaco. Lo aggiunge al ventaglio di lingue che padroneggia già: arabo, francese e inglese.

Ci dice « È da sei mesi che sto bene. Ho amici, ci sono persone che mi aiutano… Avevo dimenticato questo sentimento: l’amore ».

Sabina di Bona Fide in Montenegro

Sabina ci accoglie nella sua Safe house che gestisce da sola, aiutata ogni tanto da suo fratello, sua sorella e sua figlia. Dal 2017, ha accolto più di 10.000 migranti. I paesaggi tra la Safe house in Montenegro e la frontiera bosniaca sono bellissimi, ma ostili per chi deve camminare chilometri prima di arrivare al confine: boschi fitti di abeti e pini altissimi. A luglio il tempo è piacevole… ma guardando le montagne, è possibile immaginare il freddo in inverno e la neve infinita.

Alcune persone in transito hanno avuto la fortuna di incontrare Sabina e le sua braccia confortanti. Sabina accoglie. ´Accoglie’, nel senso più puro della parola. Offre vestiti, doccia, cibo, affetto, risate, pace e sicurezza. Anche lei deve affrontare la polizia e il vicinato, ma dice chiaramente « I’m not scared » e si commuove quando ci mostra le foto delle persone che hanno vissuto da lei, una notte, tre mesi o un anno… E ci ripete « all my migrants are great! I love my migrants ». Li tratta tutti come dei figli e ama con tutto il suo cuore. Ha ancora contatti con più di 200 di loro: si scrivono e la chiamano da tutta l’Unione Europea.
Con la sua associazione Bona Fide, coltiva le sue proprie verdure in due grandi serre per essere autosufficiente. Nei periodi più difficili dell’anno in cui mancano le risorse per comprare da mangiare, le coltivazioni sono la loro salvezza.

Ines, Ilma e l’associazione Kompas a Sarajevo

Ines ci accoglie nella sua associazione Kompas, dove incontriamo anche Ilma che lavora con i migranti a tempo pieno. Entriamo in un piccolo salone con uno spazio riservato al barbiere-parrucchiere. In fondo alla stanza, ci sono scaffali con vestiti, prodotti per l’igiene, power banks… Alla nostra sinistra, un magazzino con quattro lavatrici in movimento. In fondo alla stanza principale, c’è un’altra stanza con una zona ufficio. Al piano superiore, c’è invece un appartamento per i migranti. Intanto che sono lì ospitati, fanno volontariato per l’associazione.

Mentre siamo seduti intorno al tavolo a parlare, si ferma un’auto proprio fuori dalla porta. Scende un uomo, Ines lo saluta e gli chiede ‘hai qualcosa per noi?’. ‘Sì, scarpe!’. Wow, e iniziamo a scaricare circa 40 nuove paia di scarpe. L’uomo è della Chiesa battista di Sarajevo e anche loro ogni tanto aiutano come possono.

Ines ci racconta le storie di alcuni dei migranti che ha incontrato. Quelli che sono riusciti a passare il confine e quelli che sono ancora lì in attesa di partire. Quelli che sono morti nel tentativo. Ci parla delle difficoltà psicologiche vissute dai migranti, della depressione e dell’importanza per loro di avere un’attività, un ruolo da svolgere, di occupare le loro giornate e di essere riconosciuti e considerati.

Parliamo molto con lei anche della sofferenza psicologica e dello stress, delle frustrazioni che subiscono le persone che aiutano i migranti. Riconosce le difficoltà del loro compito e la necessità di avere un sostegno psicologico esterno per non crollare. Tuttavia, sembra che a Sarajevo le relazioni con il quartiere e la polizia siano meno complicate che in altre città in cui siamo stati prima.

Dice che vedono così tante cose, sentono così tante storie… Sono costantemente interpellati e delusi da quello che succede intorno a loro. Non è facile affrontare il mondo in cui viviamo quando ne vediamo le conseguenze. Rimane positiva e non rimpiange di aver scelto questa strada. Il suo impegno è enorme e cerca sempre nuovi modi di fare la differenza.

Ines ha iniziato come attivista, volontaria, da sola, con la sua famiglia… Sette mesi fa ha costituito e formalizzato l’associazione Kompas. Oltre a Sarajevo è attiva a Bihać e vorrebbero esserlo anche a Zenica.

Nota degli autori: i nomi riportati sono tutti veri perché sono tutte persone vere che non hanno fatto male a nessuno e che non devono nascondersi per paura che qualcuno possa far loro del male . Oltre a quello che hanno già subito nella loro vita.

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