La situazione occupazionale delle donne in Eritrea al tempo della post-pandemia

Intervista a Dino Lorimer

Abbiamo chiesto a Dino Lorimer (ISCOS), profondo conoscitore della realtà eritrea, una testimonianza sulla situazione dell’occupazione femminile nel periodo della post-pandemia, raccolta durante una recente missione.

Quando è avvenuta la missione, e con quale intento?

La missione, della durata di una decina di giorni, ha avuti luogo nel luglio del 2021 con l’obiettivo di riprendere i contatti con il sindacato eritreo, con il quale i rapporti sono stati difficili – per tutto il periodo della pandemia – a causa delle gravi carenze nella connessione internet nella regione. Per il progetto “Women’s Councils: models, skills and voice for a just society in Eritrea” (EIDHR/2019/412-527) era importante cercare di capire in quale direzione sviluppare il progetto, dopo che, per l’emergenza sanitaria, molte delle ipotesi contenute in esso sono divenute impraticabili per via del divieto agli spostamenti.

Il progetto EIDHR/2019/412-527, implementato da ISCOS in partenariato con Nexus ER, Prosud e VIS, ha contribuito all’invio in Eritrea di parte dei materiali acquistati con il progetto AID 11604.

Qual è la situazione attuale in Eritrea?

Al momento della missione, l’Eritrea era appena uscita da un molto stretto, che ha comportato, oltre alla chiusura in casa delle persone per 8 mesi e al coprifuoco notturno, limiti molto forti alla circolazione e all’apertura degli esercizi e dei luoghi di incontro. In luglio erano, pur con molti limiti, da poco riprese le attività dei servizi ricettivi come bar e ristoranti, ma, riportava il sindacato, molte aziende erano rimaste chiuse per parecchi mesi, con un conseguente altissimo impatto sociale. Per aiutare la ripresa e il presidio contro il contagio nei luoghi di lavoro aperti, il sindacato ha compiuto interventi di prevenzione e mitigazione degli effetti del Covid-19, ad esempio distribuendo dispositivi di protezione individuale come mascherine e liquido per la sanificazione delle mani.

In questo contesto, qual è stato l’impatto della pandemia sulla condizione occupazionale femminile?

La carenza di dati rende molto difficile fotografare la condizione femminile, già di per sé complessa in Eritrea. Uno dei motivi per cui molte delle iniziative della cooperazione hanno come target le donne è perché si registra un numero altissimo di famiglie a guida femminile, in cui è la donna a dover ricoprire il ruolo di capofamiglia a seguito della scomparsa di molti uomini nei vari conflitti che hanno avuto luogo nella regione, per l’emigrazione (legale e illegale), e per il servizio militare.

La chiusura di fabbriche e servizi ha poi costituito un grosso contraccolpo per l’occupazione femminile, sia perché molte aziende non hanno più riaperto, sia perché, anche nel contesto di una riapertura, i tagli al personale hanno colpito le mansioni a più basso livello di specializzazione, che sono quelle – per lo più – ricoperte dalle donne.

Women crushing red chili peppers to make berbere, a spice commonly used in Ethiopian and Eritrean cooking.

Quali sono i passi possibili per aiutare le donne in difficoltà?

La principale forma di aiuto è la formazione, soprattutto di base, per le non occupate, e non è semplice, solo per fare un esempio: nel caso volessimo sfruttare le opportunità delle nuove tecnologie ricorrendo alla formazione a distanza, ci scontreremmo con infrastrutture non sempre affidabili e costi di connessione proibitivi. Senza un buon supporto di rete internet è difficile organizzare progetti che coinvolgano anche apporti qualificati dall’estero.

Comunque, per far fronte ai bisogni più immediati della popolazione femminile e fornire un sostegno al reddito, in particolare delle donne in condizione di svantaggio, sono utili, oltre che di sussidi monetari, anche strumenti di supporto all’agricoltura e all’allevamento nelle zone rurali (dove vive una parte significativa della popolazione).

È infine importante sottolineare un tratto caratteristico del popolo eritreo, l’importanza data alla fiducia nelle proprie forze, un principio, quello della , che se a volte assume i toni della propaganda, deriva sicuramente da una storia in cui gli eritrei hanno sempre dovuto far conto solo, o prevalentemente, sulle proprie forze.

Per capire quindi dove la cooperazione internazionale può aiutare è indispensabile un dialogo e un confronto continuo, tramite cui arrivare a comprendere le reali necessità del Paese.
La pandemia ha reso difficili anche le attività più quotidiane e in Eritrea la ripresa è in seria difficoltà, dovuta anche alla complessa situazione politica del processo di pacificazione del Corno d’Africa.

Infine, da segnalare un elemento che il sindacato eritreo vede con ottimismo: grazie alle risorse minerarie di cui dispone il paese, dovrebbe a breve essere avviata una nuova miniera. Certo, le ricadute dirette in termini di occupazione delle donne saranno poche. Certo è, però, che maggiori risorse in circolazione implicano maggiori investimenti in favore del settore dei servizi (che spesso fa uso di manodopera femminile). Ci auguriamo solo che le disposizioni di controllo della pandemia non portino a nuove limitazioni all’apertura dei locali e delle attività ricettive, soprattutto Asmara e Massawa, perché questo aggiungerebbe un ulteriore elemento di sofferenza per l’occupazione delle donne eritree.

Scarica di seguito la Newsletter n.6 in italiano e in inglese “Dialogare, formare, contrattare: il lavoro come strumento di pace”, AID 11604 da dove è tratta l’intervista:

NL_NEXUS_Eritrea_6_IT

NL_NEXUS_Eritrea_6_EN

 

 

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