Neo-estrattivismo e conflitti ambientali e sociali in Perù

Articolo di Andrea Cortesi e Chiara Spatafora

Il “neoestrattivismo” nell’area andina

A partire dai primi anni duemila un rinnovato interesse per le materie prime ha generato
un aumento della domanda di queste nel mercato internazionale, destinate ad
approvvigionare in particolar modo le necessità produttive dei nuovi paesi emergenti.
Non è una novità che l’America Latina, continente storicamente resource aboundant,
soprattutto di quei minerali utili alla produzione industriale come rame, zinco, plomo,
cobalto, litio, sia al centro del processo di sfruttamento ed esportazione di materie prime
verso le economie più sviluppate. Oggi l’80% dell’export dei Paesi sudamericani è 
composto da materie prime. Tra i Paesi a trainare la domanda si trova la Cina che ha
instaurato relazioni commerciali con la quasi totalità dei Paesi latinoamericani, che
fossero conservatori, neoliberisti o progressisti, tutti governi inclini comunque a
incentrare i propri programmi di sviluppo su modelli estrattivisti, o comunque a favorire
e stimolare questi tipi di investimenti.

La giustificazione alla base di un’economia incentrata sull’estrazione ed esportazione di
materie prime è che questo meccanismo, per il fatto stesso di attrarre investimenti,
inevitabilmente creerà sviluppo dal momento che aumentano gli indicatori economici
come il Pil e la riserva di monete. È ormai evidente invece che, al contempo, si instaurano
dinamiche sottese e controverse che hanno un impatto negativo a livello sociale e
ambientale: aumentando le disuguaglianze insite nel continente latino-americano.

Neoestrattivismo è stato definito questo nuovo meccanismo di accumulazione basato
sullo sfruttamento intensivo ed estensivo delle risorse naturali che si concretizzano in
megaprogetti, definiti così a causa della loro enorme portata in termini di capitale
investito e sfruttamento di risorse ambientali. Le proporzioni di questi progetti e le
caratteristiche degli attori coinvolti (spesso grandi gruppi multinazionali) consolidano un
modello neocoloniale, con scarse performance a livello di sviluppo locale, contrariamente
a quanto auspicato, creando fratture sociali e regionali, configurando spazi
socioproduttivi dipendenti dal mercato internazionale. L’era del capitale transnazionale
crea di fatto un potere che viene esercitato anche al di sopra della sovranità statale.

Questo potere governa e regola il commercio e l’economia globale secondo le leggi di
mercato in favore del capitale transnazionale. Un ordine economico che protegge le
grandi compagnie a discapito degli interessi e del benessere delle popolazioni locali.
L’esproprio dei territori alle comunità ha generato forti tensioni, violenze, conflitti e
repressioni.

Paesi come Perù, Bolivia, Cile e Colombia si collocano nelle prime posizioni a livello
mondiale per attrattività degli investimenti stranieri nel settore estrattivo. Tra i motivi che
spingono le imprese a investire, oltre all’immensa disponibilità di risorse primarie, vi sono
i bassi costi di produzione e del lavoro.

https://ojo-publico.com/2723/la-pobreza-crece-en-las-regiones-mineras-del-peru

https://nuso.org/articulo/consenso-de-los-commodities-y-lenguajes-de-valoracion-enamerica-latina/

Le conseguenze del subappalto di manodopera

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro definisce il processo di terziarizzazione come
una forma di organizzazione della produzione in cui parte del processo, o delle sue
operazioni, sono subappaltate a terzi, pratica estremamente diffusa in tutta l’area andina
e che permette alle imprese di ridurre i costi di produzione.

Il principale argomento a favore della terziarizzazione è che sia necessaria per compiere
lavori altamente specializzati e limitati nel tempo. Uno studio del CNV international, ONG
olandese vicina ai sindacati, sulla sub-contrattazione nell’area andina ha invece
dimostrato che questa pratica in Perù e in Colombia è diffusa e generalizzata,
coinvolgendo il maggior numero di manodopera locale. In Bolivia il fenomeno è invece
declinato diversamente, dal momento che esistono restrizioni normative al subappalto.
Tuttavia, sono qui molto diffuse cooperative la cui operatività può essere considerata
come una maniera informale di terziarizzazione. Se da una parte questo processo è 
positivo per le imprese, dato che riduce i costi di produzione, dall’altra, l’utilizzo
indiscriminato della terziarizzazione provoca conseguenze negative per i diritti sociali e
lavorativi.

Le condizioni di impiego e di salario dei lavoratori subappaltati sono molto diverse da
quelle dei lavoratori direttamente impiegati dalle imprese. La presenza di agenzie per la
contrattazione dei lavoratori fa sì che nella maggior parte dei casi si crei una
disuguaglianza di diritti, specialmente di quelli collettivi, dato che i lavoratori locali hanno
rapporti con le agenzie e mai direttamente con l’impresa titolare della concessione
mineraria.

In Perù, ad esempio, nelle regioni di Cusco e Junín, gli addetti del settore con contratti
riconducibili al subappalto vanno dal 70% al 90%, tutti con un contratto a breve termine
(da 1 a 4/6 mesi), creando un forte turnover del personale, limitando così la stabilità 
contrattuale con un vantaggio per le imprese che riducono i costi relativi al personale,
all’ottenimento di bonus o all’accesso a servizi di assicurazione, sicurezza e salute sul
lavoro.

Non esiste, peraltro, un sindacato per questa tipologia di lavoratori, a causa della brevità 
dei contratti e della continua rotazione dei lavoratori. Inoltre, circa il 50-60% dei lavoratori
non conosce i propri diritti e in molti casi l’assenza di accesso agli strumenti di tutela,
impedisce loro di rivendicare diritti per paura di conseguenze negative. Molti dei
lavoratori che hanno sollevato la questione sono stati licenziati o non hanno visto
rinnovato il proprio contratto.

https://www.youtube.com/watch?v=rJ5UIFr3BA0

La criminalizzazione delle proteste

La presenza delle attività minerarie ha avuto effetti negativi molto importanti anche sulla
vita delle comunità che risiedono nei pressi delle miniere. Gli effetti hanno riguardato il
peggioramento delle condizioni di vita delle comunità indigene, a causa anche dei danni
ambientali che hanno ripercussioni sulle attività economiche locali come allevamento e
agricoltura, ma anche sulla salute stessa degli individui.

Di conseguenza, si è registrato un forte aumento della violenza contro le comunità da
parte delle autorità statali per sedare le proteste portate avanti dalla popolazione e dagli
attivisti contro le attività minerarie. Nel caso del Perù la maggior parte delle proteste si
verificano proprio nelle aree dove sono maggiormente presenti le imprese estrattive, in
particolare nella regione sud andina, nella zona conosciuta come corridoio minerario, che
collega le aree interne ai punti per l’esportazione.

Questa è l’area che ospita la Antapaccay una miniera di rame, oro e argento, proprietà 
della Glencore, impresa transnazionale basata in Svizzera le cui operazioni includono tutta
la catena di produzione, trasformazione, conservazione e trasporto di materie prime nei
principali settori economici: minerali, metalli, energia e prodotti agricoli. Si tratta della
quarta impresa più grande al mondo e la prima per il commercio di materie prime a livello
globale. La compagnia gestisce siti produttivi non solo in Perù, ma anche in Argentina,
Bolivia, Colombia e Cile.

La situazione di costante conflitto e le repressioni da parte delle forze dell’ordine ha
dunque instaurato una dinamica di criminalizzazione delle proteste sociali, con la
persecuzione dei leader sociali. La repressione sociale, tuttavia, avviene anche in altre
forme come ad esempio lo screditamento delle organizzazioni sociali e dei propri leaders,
additati come nemici dello Stato, nemici dello sviluppo finanche terroristi. Le repressioni
da parte delle autorità vengono giustificate dalla necessità di sicurezza nazionale, ordine
pubblico, protezione dei beni statali come spiega il Bolivian Center fot Documentation and
Information (CEDIB).

Secondo l’Observatorio de Conflictos Ambientales nel 2010 ci sono stati 120 conflitti
riguardanti le miniere che hanno coinvolto 150 comunità in America Latina. Otto anni
dopo i conflitti sono più che raddoppiati, arrivando a 259.

https://longreads.tni.org/stateofpower/neoextractivism-and-state-violence-defendingthe-
defenders-in-latin-america%E2%80%A8#section6

Il caso Glencore in Perù 

La multinazionale anglo-svizzera Glencore (Global Energy Commodities and Resources) è 
una delle più grandi corporation al mondo nell’ambito della produzione e del commercio
di materie prime. Nel 2019 ha registrato profitti superiori a 215 miliardi di dollari, un
importo proporzionale al Pil rilevato in Per  nello stesso anno.

Le operazioni portate avanti dalla multinazionale in Perù, in particolare nel corridoio
minerario dell’area andina sono emblematiche per definire il grado di abusi e repressioni
legate ai progetti minerari, aggravati ancor di più dopo il dilagare della pandemia di Covid-
19.

Nel 2012 uno sciopero generale, che ha generato il blocco delle operazioni del gigante
minerario, è stato represso dalla polizia. Tre persone hanno perso la vita durante lo
scontro e una dozzina sono rimaste gravemente ferite o sono state arrestate
arbitrariamente. Secondo il National Coordinator for Human Rights of Perú esiste un
accordo per la gestione della sicurezza stipulato fra la polizia e la multinazionale, dal
momento che durante le operazioni le forze dell’ordine hanno utilizzato le strutture della Glencore come base operativa e come centro di detenzione. All’interno dei centri si sono
verificati gravi violazioni dei diritti umani e molti attivisti hanno subito varie torture.

Ancora nell’agosto del 2020 si sono verificati ulteriori scontri a seguito di alcune richieste
da parte della popolazione locale, come il miglioramento delle condizioni di salute e
dell’ambiente e il pagamento di 1000 soles (circa 265 dollari) per fronteggiare la crisi
economica dovuta alla pandemia. Secondo il “framework agreement” (1) stipulato fra la
multinazionale e la municipalità, alla popolazione spetta il 3% dei proventi derivanti dalle
attività estrattive. Dopo il rifiuto della compagnia di concedere tali sovvenzioni, la
popolazione ha iniziato a protestare, ma le manifestazioni sono state repentinamente
represse dalle forze dell’ordine. Le continue proteste e lo scoppio della crisi sanitaria di
Covid-19, hanno portato alla dichiarazione di uno stato di emergenza intorno all’area di
Antaccapay. Con questo strumento è stato ancora più facile per la multinazionale, in
accordo con la polizia, sospendere i diritti delle comunità sebbene l’impatto delle attività 
minerarie sull’ambiente, acqua, aria e terra siano evidenti.

Inevitabilmente, questi episodi di grave violenza hanno forti ripercussioni non solo a
livello economico e sociale ma anche e soprattutto a livello psicologico tanto sui leader
che portano avanti in prima linea le proteste quanto sulle famiglie che appartengono alle
comunità locali.

(1) 1 Il “Framework Agreement” è un accordo che impegna la compagnia a garantire benessere nelle comunità interessate dalla propria attività, in particolare in relazione all’ambiente, servizi di base, salute e impiego. In particolare attraverso l’istituzione del fondo di sviluppo in cui la compagnia versa il 3% dei propri profitti annui destinati alla comunità. L’accordo è stato invece generatore di numerosi conflitti, contrariamente al suo proposito iniziale di garantire una coesistenza pacifica fra comunità e impresa.

https://terra-justa.org/resource/a-giant-in-espinar-glencore-and-the-patterns-ofcorporate-
power-in-the-south-of-peru/

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