La cooperazione ha più bisogno di grandi iniziative o di micro interventi dal basso? Florinda Mancino, referente per i progetti di ISCOS, ha provato a rispondere a questa domanda durante la Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo, Coopera 2026.
Nel suo intervento ha acceso i riflettori su una sfida centrale per il nostro settore: la coesistenza tra i programmi complessi e il prezioso ecosistema delle piccole organizzazioni. I progetti di grandi dimensioni garantiscono stabilità, economie di scala e un forte impatto trasformativo. Rischiano però di essere troppo rigidi e in alcuni casi distanti dalle reali necessità dei beneficiari, finendo a volte per tradursi solo in un’altra forma di colonialismo economico. I piccoli interventi, come ha spiegato Mancino, sono al contrario più agili e immediatamente vicini ai bisogni delle comunità, ma lottano contro alti costi di gestione, strutture più deboli e spesso mancano di una visione di insieme.
La convinzione maturata da ISCOS nella sua quarantennale esperienza è che per valorizzare davvero la cooperazione italiana serva creare interconnessioni strategiche tra questi due approcci, semplificando la burocrazia, condividendo le buone pratiche e rendendo i grandi progetti più flessibili e inclusivi.
Il settore della cooperazione è tuttavia ancora molto sbilanciato: secondo i dati di Open Cooperazione e Runts emerge che appena sette organizzazioni detengono oltre il 50% delle entrate totali del comparto, e solo 12 concentrano più della metà dei dipendenti.
Recupera l’intervento di Florinda Mancino, referente dei progetti ISCOS, durante la prima giornata della conferenza Coopera 2026 a Roma.





